Psathyrella orbitarum (Romagn.) M.M. Moser, in Gams, Kl. Krypt.-Fl., Edn 3 (Stuttgart) 2b/2: 215 (1967)
Ritrovamento del 2025 studiato dall'amico Massino Panchetti, sue le foto e analisi micro.
Basionimo:
Drosophila orbitarum Romagn., Bull. mens. Soc. linn. Soc. Bot. Lyon 21: 152 (1952)
Sinonimi:
Drosophila orbitarum pseudovar. bisporiger Romagn., Bull. Trimestriel Soc. Mycol. France 91(2): 207 (1975)
Psathyrella orbitarum f. bisporigera (Romagn.) Lécuru, in Lécuru, Courtecuisse & Moreau, Index Fungorum 384: 2 (2019)
Psathyrella prona f. orbitarum (Romagn.) Kits van Wav., Persoonia, Suppl. 2: 282 (1985)
DATI DELLA RACCOLTA
Scarsi i dati trasmessi dal legit Bruno de Ruvo: “foto 6028 – 6031 – 6032 del 2. 11. 2025 Pagni di Pietracamela (TE)”; è tuttavia possibile rilevare che la raccolta era presso faggio e forse altre essenze? Dunque in ambiente boschivo o limitrofo; si rileva un cappello di circa 12-15 mm., campanulato, poi disteso con umbone ottuso di colore più carico totalmente ricoperto di flocculi fibrillosi biancastri nel solo esemplare in cui è visibile la parte superiore; per il resto lamelle piuttosto rade, adnate e poco discendenti, con una riga evanescente rossastra sotto il filo lamellare nell’esemplare più immaturo e bruna in quello più maturo, in entrambi i casi più percettibile verso il bordo pileo; il gambo non è lunghissimo, sui 35 mm., e spesso circa 1,5 mm., biancastro, liscio con leggera pruina nella parte altissima del caule.
DATI DELLA MICROSCOPIA
Spore: (10.3) 11.2 - 12.6 (13.1) × (5.2) 5.6 - 6.5 (6.7) µm; Q = (1.6) 1.9 - 2.2 (2.3) ; N = 110; Me = 11.9 × 6 µm ; Qe = 2; subcilindriche, oblunghe, ellissoidali, lisce, bruno-arancio, con poro ben visibile.
Basidi: tetrasporici, 25-28 X 10,17-12 µm .
Pleurocistidi: 37-76 X 7-14 µm ; numerosi, strettamente lageniformi, ma più spesso fusiformi ad apice acuto, anche con lungo mucrone, raramente forcati, parete sottile, ialini.
Cheilocistidi: di tipo A 25-55 X 7-12 µm numerosi, sparsi; di tipo B clavati, subpiriformi, non troppo diffusi.
Pileipellis: di tipo imeniforme a cellule sovrapposte in più strati, subsferoidali/piriformi.
Caulipellis: rilevata scarsa presenza di elementi simili ai cistidi imeniali, presenti solo ife rigonfie come terminali di ife cauline.
DATI DETERMINATIVI
La specie individuata da H. Romagnesi, allora sotto il nome di Drosophila, si presta ad una lunga discussione per la moltitudine di specie che all’epoca (1952) si rintracciavano con caratteri così simili che difficilmente anche la microscopia riusciva a dirimere; dunque la giusta collocazione non poteva che fare riferimento alle tante raccolte di cui uno studioso si “armava” per poter dare una solida caratterizzazione speciografica a quelle raccolte. Gli studiosi si passavano di continuo le raccolte, le esaminavano in ogni più piccolo particolare che poi veniva minuziosamente riportato. Si legge così nel lungo lavoro di Kits van Waveren sul genere che, nella Sezione Atomatae dove tali specie erano state collocate, quella più significativa della sezione, P. prona, è circondata da un tale numero di varianti che, alla fine, queste diventano delle semplici “colourforms, quite striking in the field”. Nella Atomatae erano inserite specie di piccola taglia, max 2,5 mm. di cappello, con lamelle dal filo spesso sottolineato in rosso/bruno, gambo mai radicante ma bulboso e, in genere coprofile; un dato che è già un primo misunderstanding in quanto nella chiave per le specie ce ne saranno appena quattro coprofile mentre tutto il resto sarà con crescita su residui marcescenti; qui troviamo appunto la capostipite P. prona che l’autore olandese decide di circondare di semplici forme (f. orbitarum, f. picta, f. cana, f. albidula, f. utriformis…) considerato appunto che né l’arrosamento del pileo all’essicazione, né la presenza precaria del filo sottolamellare colorato, né la forma dei pleurocistidi (..”these cells enable us to distinguish clearly between the various forms of prona…”) o delle spore sono davvero utili alla separazione di specie. Kits v. Wav. riconosce che l’unico modo per separare le specie create da Romagnesi siano il colore del cappello, le lamelle, il filo delle stesse, ma aggiunge anche, a troncare le speranze: ”these colours are very capricious and quite unreliable to go by in distinguishing these taxa as separate species”.
Non possiamo, in questi come ormai in molti altri casi, che ringraziare il nuovo aiuto che le sequenze molecolari ed il nuovo approccio alla conoscenza fornito dall’esame del DNA, hanno apportato nel districare simili intricate matasse.
L. Örstadius oggi può realisticamente separare P. prona dalle vicine proprio grazie a questo aiuto che tuttavia funziona solo quando sia affiancato dalle giuste considerazioni che lo studio della fenetica apporta: ci sono le sequenze ma anche un velo simile a flocculi più che fibrille in orbitarum, ci sono pleuro strettamente fusiformi e mucronati, spore più piccole di prona e di potteri (ex P. prona f. cana di Kits v. Wav.), un velo più abbondante, un evanescente filo rosso a sottolineare le piccolissime sfumature che separano la P. orbitarum da prona, da potteri, orbicularis e dunque a rafforzare la nostra determina per la raccolta di Bruno de Ruvo come: Psathyrella orbitarum (Romagn.) M.M. Moser.































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